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a passeggio nelle piazze razionaliste di Genova
C’è una Genova storica molto diversa dai caruggi del centro, diversa dall’equilibrio rinascimentale di via Garibaldi, diversa anche dal caos metropolitano del porto. È la Genova razionalista di Piazza della Vittoria e Piazza Dante. Un’altra anima della città che vale la pena di conoscere, tanto quanto le più famose.
LÀ DOVE C’ERA L’ERBA
Sotto l’impulso del regime fascista, sempre attento a diffondere il modello di una “nuova Italia”, il rinnovamento di Genova ha interessato soprattutto la parte orientale della città.
Nel luogo dove si apriva la vecchia Piazza d’Armi, uno spiazzo erboso lambito dal torrente Bisagno, alla fine degli anni Venti fu individuata l’area per Piazza della Vittoria. Di forma rettangolare e su due lati porticata, fu concepita per riunire enti pubblici ed istituzioni attorno all’Arco della Vittoria, il monumento celebrativo dedicato ai caduti genovesi della Grande Guerra.
Tutto l’intervento porta la firma dell’architetto Marcello Piacentini, il quale svolse anche un ruolo di regia nei confronti dei colleghi impegnati nell’opera. Il risultato è un monumentale susseguirsi di portici e facciate, di soffitti intrecciati, di ingressi in travertino. La funzione celebrativa si fonde a quella civile, come a voler consolidare una volta in più l’ideale – disgraziato – di un popolo guerriero.
La visita può partire dai portici che si affacciano su via XX settembre, ammirando i bei soffitti, per poi proseguire verso l’Arco. È alto 27 metri, ispirato ai modelli classici e rinascimentali. Fa da sfondo la Scalinata delle Caravelle, in origine dedicata al Milite Ignoto. Dalla vicina terrazza di via Mura delle Cappuccine si può godere di una panoramica vista d’insieme.
IL PALAZZO PIÙ ALTO D’EUROPA
A poca distanza, piazza Dante è la controparte residenziale di Piazza della Vittoria. Ancor più vicina al centro, doveva rappresentare il suo angolo più moderno. In questo caso per far spazio ai nuovi edifici si è demolito e non poco. Dell’antico quartiere Ponticello restano solo tre testimoni. Porta Soprana, varco di epoca medievale, il chiostro dello scomparso monastero di Sant’Andrea e la casa natale di Cristoforo Colombo.
A questi tre elementi Piacentini, ancora una volta regista del progetto, contrappone uno spazio di andamento quadrato. Da una parte il tunnel Cristoforo Colombo, collegamento alla zona Foce, dall’altra la nuova strada per Piazza De Ferrari. Ampi portici circondano la piazza e aumentano lo spazio vivibile.
A prendersi la scena in questo caso sono due alti palazzi. In particolare Torre Piacentini, con i suoi volumi squadrati, è il più iconico. Completato nel 1940, con i suoi 108 metri è rimasto il grattacielo più alto d’Europa fino al 1952. L’alternanza delle fasce marmoree richiama le architetture locali e infatti, nonostante svetti notevolmente sul centro storico, riesce ad integrarsi col suo panorama.
Come detto questa è una piazza ricca di elementi storici da visitare. Per cogliere al meglio il contrasto e l’unione tra le forme architettoniche si può entrare nel chiostro di Sant’Andrea, dove Torre Piacentini viene inquadrata dalle colonnine del portico antico.
Nonostante lo stile monumentale e le proporzioni esagerate, entrambe le piazze cercano di saldarsi al contesto preesistente.
Il susseguirsi dei marmi bicolore, la disposizione delle vie, gli scorci che incorniciano edifici e prospettive: tutto questo contribuisce a creare un collegamento tra le due città. Quella antica e quella del primo Novecento.
Un’altra anima di Genova, un’altra delle tante in questa città di mille sfaccettature. -
quell’urlo eterno nella terracotta
L’urlo è quello di Maria Maddalena, che avanza le mani come a coprirsi da quella vista straziante. Ma è anche quello di Maria di Cleofa, che accorre sconvolta, percossa da un vento in tumulto. La Madonna si abbandona al dolore feroce mentre Maria di Giuseppe si stringe le cosce, percorsa dal panico. Nel mezzo Giovanni è chiuso nella sua veste, adombrato. Con la mano sotto il viso trattiene a stento lo sgomento. Composto, Giuseppe di Arimatea resta più a lato, ti guarda col viso di chi deve accettare l’incontrovertibile. Cristo è steso a terra, morto.

Non è un compianto, quello di Bologna, ma la scena di un crimine. Nicolò dell’Arca trasforma il dramma in un fatto di sangue. Chi nella seconda metà del Quattrocento avesse potuto vedere il suo Compianto sul Cristo Morto appena ultimato, sarebbe rimasto certamente scioccato. A differenza di rappresentazioni più antiche o coeve nel Compianto di Bologna non c’è tensione spirituale o rigidi gesti. Per quanto verosimili e plastiche, le figure sono essenziali, autentiche anche sotto i panneggi. La scena è del tutto nuda, persino Cristo quasi scompare: il suo è come un cadavere su cui non vogliamo indugiare, sul quale la nostra visione soprassiede, eclissato dall’intensità delle reazioni che provoca.
Lo sgomento esplode dal centro, colpisce come un’onda d’urto le persone che incontra, tramortendole. C’è chi reagisce con un silenzio di strazio, chi cede all’angoscia, chi grida nella disperazione. Qui è avvenuto un crimine, sembra dirci Nicolò dell’Arca, ancor prima che il sacrificio della divinità vediamo l’omicidio di un giovane amato.

La grande forza che anima il Compianto di Bologna ha attraversato indenne le epoche. Quando, sul finire dell’Ottocento, Gabriele D’Annunzio lo vide per la prima volta, il gruppo di sculture appariva trascurato, relegato in un corridoio, sporco di una vernice non autentica. Eppure seppe trasmettere al poeta tutta la sua tragedia.
Un dolore ancestrale, femminile, che esce dalla terracotta e si fa sangue caldo nelle nostre vene.
Dove vederlo: Santuario di Santa Maria della Vita, Bologna
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un anno di meraviglie

ciao! mi chiamo Maurizio e ti do il benvenuto nel nuovissimo sito di italiablabla.
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