quell’urlo eterno nella terracotta

L’urlo è quello di Maria Maddalena, che avanza le mani come a coprirsi da quella vista straziante. Ma è anche quello di Maria di Cleofa, che accorre sconvolta, percossa da un vento in tumulto. La Madonna si abbandona al dolore feroce mentre Maria di Giuseppe si stringe le cosce, percorsa dal panico. Nel mezzo Giovanni è chiuso nella sua veste, adombrato. Con la mano sotto il viso trattiene a stento lo sgomento. Composto, Giuseppe di Arimatea resta più a lato, ti guarda col viso di chi deve accettare l’incontrovertibile. Cristo è steso a terra, morto.

Non è un compianto, quello di Bologna, ma la scena di un crimine. Nicolò dell’Arca trasforma il dramma in un fatto di sangue. Chi nella seconda metà del Quattrocento avesse potuto vedere il suo Compianto sul Cristo Morto appena ultimato, sarebbe rimasto certamente scioccato. A differenza di rappresentazioni più antiche o coeve nel Compianto di Bologna non c’è tensione spirituale o rigidi gesti. Per quanto verosimili e plastiche, le figure sono essenziali, autentiche anche sotto i panneggi. La scena è del tutto nuda, persino Cristo quasi scompare: il suo è come un cadavere su cui non vogliamo indugiare, sul quale la nostra visione soprassiede, eclissato dall’intensità delle reazioni che provoca.

Lo sgomento esplode dal centro, colpisce come un’onda d’urto le persone che incontra, tramortendole. C’è chi reagisce con un silenzio di strazio, chi cede all’angoscia, chi grida nella disperazione. Qui è avvenuto un crimine, sembra dirci Nicolò dell’Arca, ancor prima che il sacrificio della divinità vediamo l’omicidio di un giovane amato.

La grande forza che anima il Compianto di Bologna ha attraversato indenne le epoche. Quando, sul finire dell’Ottocento, Gabriele D’Annunzio lo vide per la prima volta, il gruppo di sculture appariva trascurato, relegato in un corridoio, sporco di una vernice non autentica. Eppure seppe trasmettere al poeta tutta la sua tragedia. 

Un dolore ancestrale, femminile, che esce dalla terracotta e si fa sangue caldo nelle nostre vene.

Dove vederlo: Santuario di Santa Maria della Vita, Bologna

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